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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

Home Politica, potere e servizio Corpi solidi e liquefazione della società: la perdita di potere di imperio dello stato porta alla schizofrenia fiscale
Corpi solidi e liquefazione della società: la perdita di potere di imperio dello stato porta alla schizofrenia fiscale PDF Stampa E-mail
Scritto da Emanuela Melchiorre   

Assistiamo ad un fenomeno inedito e inarrestabile che sta caratterizzando non solo la società italiana, ma quella mondiale. Per dirla con il noto sociologo Zygmunt Baumann stiamo assistendo alla progressiva liquefazione della società dove i confini e i riferimenti sociali si perdono e i poteri si allontanano dal controllo delle persone. Questo fenomeno ha enormi ripercussioni nella convivenza sociale e non sono trascurabili nemmeno le riflessioni in ambito dell'imposizione fiscale, del rapporto tra i cittadini e le pubbliche istituzioni


Esperienza novecentesca del rapporto tra i cittadini e le istituzioni

Emanuela MelchiorreLe costituzioni del secondo dopoguerra si prefiggevano l'obbiettivo di governare il rapporto tra politica ed economia per scongiurare definitivamente il rischio della guerra civile e la sua trasformazione in una competizione elettorale pluralista e in una equa redistribuzione della ricchezza.
La costituzione italiana nasceva per da una parte per presidiare la libertà dell'iniziativa economica e della proprietà privata; dall'altra il diritto di sciopero e di attività sindacale. In un simile contesto era plausibile che i concetti di equità fiscale e di capacità contributiva potevano essere presi in seria considerazione se non essere addirittura al centro delle politiche economiche dei governi.

Principio di solidarietà e intervento statale nell'economia.
Il principio di solidarietà definiva una sfera di intervento statale che comprendeva l'erogazione di beni e servizi finanziati con il ricorso alla leva fiscale e che erano finalizzati ad operare una redistribuzione della ricchezza, mentre l'intervento statale nell'economia era finalizzato a correggere e a dirigere il ciclo economico per realizzare l'obbiettivo della piena occupazione e della più equa distribuzione della ricchezza.
Tutto ciò presupponeva però il vincolo del sistema economico ai confini dello stato nazione. Soltanto a partire da questo dato, il confine nazionale, si poteva esercitare il potere di imperio dello stato nei confronti del capitale.
La centralità dello stato non era solo come regolatore dei rapporti tra capitale e lavoro, tra impresa e lavoratori, ma anche come colui al quale erano rivolte le attese di giustizia.

Globalizzazione e liquefazione
La globalizzazione e l'intensificarsi dei processi di integrazione europea hanno determinato uno spostamento delle sedi decisionali e una rideterminazione degli spazi della sovranità statale. La globalizzazione è stata propagandata come emancipazione dagli spazi dello stato nazione. Questa emancipazione però sottrae il capitale dall'imperium dello stato e della regola costituzionale. Viene meno in tal modo il fondamento sul quale lo stato sociale si era costituito.
Il capitale, sia nella sua forma puramente finanziaria sia in quella imprenditoriale, quindi si sottrae dal governo statale dell'economia. Il capitale è divenuto liquido, va progressivamente volatilizzandosi. Data questa evoluzione, lo stato si trova impossibilitato a imporre il proprio potere regolamentare e deve mettersi a disposizione e al servizio della libera impresa e di un mercato del lavoro flessibile. Deve intraprendere le strade della privatizzazione per ottenere e garantirsi il consenso del mercato. Se così con fosse lo stato è destinato ad assistere alla progressiva volatilità del capitale, sia di quello finanziario sia di quello imprenditoriale che varcherebbero i confini nazionali in cerca di nuove occasioni più favorevoli.
La libera circolazione delle merci, dei lavoratori, dei servizi e dei capitali, queste quattro libertà imposte per Trattato, hanno provocano l'emancipazione dei fattori della produzione dalle politiche regolative e fiscali dello stato. Il divieto di aiuti di stato ha implicato poi l'impossibilità per lo stato di orientare la politica economica per raggiungere la piena occupazione. I vincoli di bilancio hanno in definitiva rappresentato una drastica riduzione del potere di spesa dello stato. In ultimo l'istituzione della moneta unica ha sottratto definitivamente agli stati il potere della manovra monetaria.
Questo mutamento del quadro giuridico ha comportato la liquefazione di quei corpi solidi che avevano caratterizzato tutta l'esperienza novecentesca fino a quel momento. Perché lo stato che aveva esercitato potere di previsione, pianificazione ed organizzazione viene allontanato dalla cabina di pilotaggio e ridotto al ruolo di mero esecutore di regolamentazioni sovrannazionali. Diviene sempre più estraneo ai processi decisionali. A questo corrisponde dal'altra parte una liquefazione delle parti sociali che, nell'esperienza novecentesca, avevano dato senso di appartenenza e che erano stati i principali interlocutori dello stato.

Non stupisce quindi la frantumazione del tessuto sociale alla quale stiamo assistendo, non più riducibile alle categorie di capitale e lavoro. Basti pensare all'esperienza sindacale in Italia dove i sindacati sono sempre più incapaci di rappresentare una realtà lavorativa via via più variegata e precaria, fino all'introduzione del contrattto a tutele crescenti che garantisce il facile licenziamento, che con un singolo colpo di spugna ha neutralizzato tutte le contestazioni della pubblica opinione in tema di articolo 18. 

Lo spostamento delle sedi decisionali ha una ricaduta fortissima sul ruolo che gli stati erano chiamati a svolgere all'interno dello contesto nazionale. Lo sciopero generale non sortisce più alcun effetto sui poteri decisionali poiché risiedono in sedi sempre più lontane dalla realtà nazionale e delocalizzate altrove. I sindacati diventano sempre meno rappresentativi e si consolida nell'opinione pubblica la convinzione che rappresentino un retaggio del passato, organismi da rottamare. Le imprese sono libere di spostare la propria sede operativa e decisionale altrove dove regole burocratiche e fiscali sono più favorevoli. L'esempio della Fiat di Marchionne è emblematico.

Vi è una diversa rappresentazione del potere. Il sovrano visibile che era incarnato nello stato viene gradualmente sostituito da un sovrano invisibile e impersonale che viene sempre più assumendo le sembianze del mercato e delle sue leggi. E la caratteristica delle leggi del mercato è che reclamano per sé le qualità dell'oggettività e quindi una cogenza che non può essere messa in discussione, nemmeno dalla volontà dei popoli.

Il graduale arretramento dello spazio della politica e delle istituzioni statali tramuta il conflitto politico in una miriade di conflitti giuridici, giurisdizionali. Perché i diritti sono individualmente esperibili e garantiscono al singolo tutti gli strumenti per il soddisfacimento del senso di giustizia. Il riflesso di questa strategica della liquefazione dei corpi solidi è quello di creare l'illusione della perfetta autonomia dell'individuo e della inutilità di ogni mediazione politica. L'individuo per garantire la propria aspettativa di giustizia non si rivolge più al legislatore, si rivolge al giudice. Tuttavia il giudice applica la legge, se non c'è la legge non si può rivendicare una giustizia.

Ora, poiché il capitale, finanziario e imprenditoriale, è divenuto inafferrabile, lo stato può imporre le proprie regole e le proprie tasse a quella porzione dell'economia produttiva che per scarsità di risorse e di conoscenze non può emigrare o liquefarsi: la piccola imprenditoria, la microimpresa, fino ad arrivare al commerciante di quartiere. Qualche tempo fa si parlò di "delirium tax", che altro non era se non un'aberrazione giuridica e fiscale. Ricorderete che nella civilissima Bologna ma anche in altri comuni italiani si era deciso di applicare in modo letterale alcune norme fiscali già esistenti: la tassa sulla pubblicità in vetrina. Così si era arrivati a tassare tutto ciò che appariva nella vetrina dei negozi. I ristoranti e i bar si sono visti tassare i menù esposti, anche se l'esposizione dei menù e dei prezzi è obbligatoria per legge. Pertanto non vi era via d'uscita. Se non si espongono i menù scatta la multa, se si espongono scatta la tassa. A un negozio di dischi erano state tassate le copertine dei cd e dei 33 giri in vetrina. Un negozio di ottica aveva ricevuto una multa di 2.800 euro per i cartoncini coi prezzi troppo grandi e un cartellone con le offerte del mese. Anche il cartello con l'orario di apertura del negozio esposto in vetrina era stato multato e tassato. Per non parlare degli zerbini coi marchi all'ingresso dei negozi, degli adesivi con i loghi delle carte di credito. E ancora, cartelloni delle agenzie di viaggio che presentano gli itinerari coi marchi dei tour operator, la pubblicità di vestiti e scarpe nelle vetrine. Una multa anche al tabaccaio per il cartello con la scritta: self service aperto 24 ore su 24. In totale nel giro di meno di un anno a Bologna sono state emesse 1.620 contestazioni, di queste, 139 sono state pagate, per un importo di oltre 130 mila euro.
Questo esempio paradossale dovrebbe far riflettere sul processo di allontanamento della politica ormai privata dei propri strumenti dalla gestione della convivenza sociale. Invertire il processo di liquefazione dei corpi solidi sembra impossibile, e allo stesso tempo vengono meno i tradizionali interlocutori ai quali porre le domande.

 

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