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Dalla tassazione a tutto il resto

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Home Politica, potere e servizio Grazia (o simili) a Berlusconi: la legge è uguale per tutti, ma la politica no
Grazia (o simili) a Berlusconi: la legge è uguale per tutti, ma la politica no PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Qui non parlo come giurista, e neppure ho voluto consultare la disciplina legislativa sulla grazia, che qui mi interessa solo concettualmente, come astratto  “atto di opportunità politica”. Posto su un piano diverso da quello "giudiziario", nella prospettiva della legislazione e degli altri "materiali normativi". E' un profilo cui qualsiasi collettività in astratto deve

poter guardare, ne quid res publica detrimenti capiat. Fuori discussione che sul piano giuridico la condanna di Berlusconi sia verosimile e convincente, come avevo scritto in altri blog, da studioso dell'evasione fiscale. Una grazia non  smentirebbe la sentenza, anzi ne presupporrebbe la correttezza, dicendo chiaro e tondo all’interessato che è colpevolissimo, ma lo si grazia per altri motivi, cioè per opportunità politica, e questo riguarda anche tutti gli altri strumenti di clemenza cui si sta pensando. Un italiano su 3 pensa infatti che si tratti di una persecuzione politica, e questo è un motivo di opportunità per la Grazia, in nome della coesione sociale. Essa non smentirebbe il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, perché pochi altri italiani sarebbero in grado di vantare un seguito politico così vasto, anche se non maggioritario. Perché Dolce e Gabbana no? Perché non hanno un così vasto seguito politico, tale da mettere in imbarazzo le istituzioni di fronte a questo tipo di condanna. La legge è uguale per tutti, il peso politico no.

Non faccio parte del seguito politico di Berlusconi, anzi penso abbia fatto danni notevolissimi alla formazione politico sociale degli italiani, alla (già di per sè lenta) maturazione della classe dirigente e delle istituzioni. Berlusconi è colpevole di enormi nefandezze per la degradazione del dibattito politico, per aver offuscato i contenuti rispetto alla demagogia, per aver basato tutto sulla comunicazione, sulla propaganda fanfarona e spregiudicata da venditore di tappeti. Tutto questo però non è reato, e neppure la malafede di chi parla in modo ammiccante senza dire nulla. Salvo immaginare una circonvenzione di incapaci "di massa", ma questo non deporrebbe a favore dell'elettorato italiano.

Con l'irrigidimento su automatismi normativi, senza considerare la valenza politica, sia pure nefasta, del  Berlusconismo,  diamo modo a Berlusconi di trasformarsi in una vittima, fatta fuori in via giudiziaria, ma non politicamente. Rischiando non solo lacerazioni politico sociali, ma di fargli avere una nuova legittimazione politica. Esigenze politiche di coesione nazionale, ed anche di legittimazione della magistratura e delle istituzioni, renderebbero opportuno graziarlo o comunque considerarne le peculiarità politiche, ma con una motivazione chiara. Del tipo “Guarda, sei un evasore, anzi, l’unico grande evasore beccato in decenni, ma hai un seguito politico, vogliamo vincerti politicamente, far capire all’Italia che parli senza dire nulla e sei un demagogo. Quindi ti veniamo incontro, con la grazia o quello che ti serve per mantenerti politcamente in gioco. Ringrazia il consenso politico che hai saputo estorcere con le tue fanfaronate, così non ci potrai dire che ci siamo sbarazzati di te in via giudiziaria”. Perchè la tua sparizione della scena politica deve essere anche un momento di maturazione, e non di lacerazione, della pubblica opinione italiana.

Anche l'applicazione della legge Severino, formalmente ineccepibile, nel caso di Berlusconi stride rispetto alla sua "ratio" : la legge serviva ad emarginare chi entra in politica per opportunismo e fare affari, e si collega tecnicamente alla condanna per un certo tipo di reati. Finendo per essere applicata anche a chi, come Berlusconi, si è fatto ricco prima della politica.

La grazia non e' un gesto giuridico, non smentisce la sentenza, anzi ne presuppone la correttezza, il motivo della grazia e' il "seguito politico" cioe' il numero di quanti pensano che la giustizia sia stata usata come strumento di lotta politica, per vincere uno scontro di idee (anzi contro "non idee") al tavolino giudiziario: sappiamo che la sentenza è corretta, ma in una buona  misura -nelle scienze sociali- la verità è quello che la gente crede (ed esistono tante verità a seconda delle idee della gente). Trascurare l'aspetto politico della vicenda, appiattirsi su quello giudiziario, rischia di lacerare ulteriormente una coesione sociale di cui per il resto in Italia ci sono ormai tutte le condizioni; anzi una delle colpe di Berlusconi è aver impedito di discutere civilmente, scavando lacerazioni sociali immaginarie con la sua ossessione di vedere comunisti da ogni parte; diffondere panzane però non è reato e forse insistere nel contrasto giudiziario a berlusconi rafforzerebbe la presa sociale delle fanfaronate, che erano la sua vera colpa.

Non c’è quindi contraddizione tra giustizia e politica. La giustizia correttamente condanna, dopo aver dimostrato in parecchie occasioni un certo imbarazzo, come racconta questo video. La politica, per i suddetti motivi di opportunità, rimuove gli effetti della condanna sul piano della dialettica sociale, consentendo all'interessato di continuare a proporre le sue idee, anche se sono mistificazioni, sperando che la gente capisca che sono mistificazioni, riportando auspicabilmente la discussione sui contenuti, sulla sostanza. Che è quanto veramente serve all'interesse generale. Nessuna paura di creare un precedente: quando ci sarà un caso simile ne parleremo, ma speriamo che un simile impostore politico non capiti più. Anzi, proprio dando modo a Berlusconi di continuare a fare politica, potremo contrastare il virus della demagogia, che è il male della democrazia.

Sarebbe infine un modo per rasserenare il dibattito sull'evasione fiscale, perchè il tipo di reato è probabilmente assai diffuso nel nostro capitalismo familiare (vedi il tesoro degli Agnelli) e non sarebbe emerso se Berlusconi non fosse stato oggetto di forte attenzione da parte delle procure; inoltre le imposte evase da Berlusconi sono modeste rispetto a quelle che lui e le sue aziende hanno pagato. ma questa è un’altra storia, su cui vedi questo post. Restando alla politica, mi sembra molto lucido il seguente pezzo di Gramellini da La stampa:

Da La stampa

23/08/2013

Punto e non a capo

massimo gramellini

Se anche gli avvocati lo convincessero a seguire la strategia adottata dal soldato-talpa Manning - chiedere la grazia dopo un cambio di sesso - o se una fata Toghina particolarmente misericordiosa facesse sparire condanna e pene accessorie con un colpo di bacchetta magica, il nodo scorsoio a cui si è impiccata la vita pubblica italiana non si scioglierebbe comunque. Una cucciolata di processi schiumanti aspettano al varco, dalle cene eleganti alla compravendita dei parlamentari.

Qualsiasi partito al mondo, persino nelle nazioni dove di partito ce n'è uno solo, riunirebbe i propri vertici per costringere il leader a farsi da parte. Capitò nella Dc di Forlani e nel Psi di Craxi, di cui Forza Italia si considera erede, ma succederebbe anche nella Dc tedesca e fra i conservatori inglesi, francesi, svedesi, neozelandesi. Qui invece no, perché il leader non è un capo ma un proprietario e i dirigenti sono in realtà dei dipendenti. Manca un Dino Grandi in grado di dirgli la banale verità: che il suo tempo in politica è finito. Che ha perso la partita e a batterlo non è stata la magistratura e tantomeno quei molluschi litigiosi del vecchio Pd, ma il fallimento delle sue promesse di panna montata: l'incapacità di fare riforme liberali, di ridurre le tasse, di tagliare la spesa, di snellire la giustizia contro cui si è limitato a inveire per tornaconto personale. In vent'anni l'uomo del popolo ha dimezzato i consensi elettorali. Ecco un'ottima ragione, in un partito normale, per indurlo a uscire di scena, salvando il centrodestra, il governo e anche l'Italia, che non ne può più. Massimo Gramellini

Bell’articolo, però viene un’altra triste riflessione, a proposito delle difficoltà della destra italiana nello scegliersi democraticamente e serenamente un leader e una classe dirigente.

 

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