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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

Home Opinione pubblica e media Sensazionalismo sulle spese per la difesa
Sensazionalismo sulle spese per la difesa PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

L'Italia declina su tutto ma resta prima nella produzione di chiacchiere. Siamo un popolo estroso, intelligenti, ma senza formazione economicosociale, tutti discettano su tutto. Per riempire pagine. Molti giornalisti  non si rendono  conto della necessità di "formazione" parallela all'informazione, e costruiscono un titolo " a sensazione". Il  sensazionalismo  stupido di  questa volta riguarda le spese 

militari. Dove il titolo accosta i 23 miliardi per la difesa, quasi tutti fatti  da stipendi,  a poche centinaia di milioni per le armi. La spesa destinata alla manutenzione di equipaggiamenti e di armi è di un ordine di grandezza di circa 2 miliardi per tutto, sommando le varie cifre di cui la più consistente, per acquisizione di impianti e armamenti, è a pag 40 del bilancio pubblicato distribuita tra esercito, aeronautica e marina militare. Insomma, si spende molto per gli uomini, e poco per i cannoni, perchè è possibile comprimere le spese per i materiali e non quelle per gli stipendi. Bisogna decidere se dargli qualche cosa da fare, oppure chiudere la difesa, e riutilizzare il personale per qualche altra cosa. Magari "la guerra all'evasione". però se teniamo la difesa qualcosa alla nostra industria militare bisogna  pur far produrre. Comunque articoli come quello che segue sono un esempio del vezzo diffuso , trasversale su tutti  i quotidiani, anche nel "giornalismo di inchiesta", di parlare senza dire nulla, discorsi da autobus per riempire una pagina. Grossolani, banali. Insomma, un articolaccio, che costruisce notizie sulle "non notizie" tanto per riempire un pò di carta. Che diventa straccia prima di andare in edicola. 

Armi, un business che non conosce crisi. In Italia 'oltre 23 miliardi di euro destinati alla Difesa'

La Spending review sui militari prevede solo tagli al personale, ma lascia intatti gli investimenti. Le cifre e gli interessi di un business miliardario raccontato da Francesco Vignarca

Pubblicato il 05/10/12 in Soldi| TAGS: armi, finmeccanica, beretta, comparto difesa, banche armate

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Fonte: Dreamstime

LA LEGGE ITALIANA

Costituzione, Art. 11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...

Legge 185/90

La legge prevede che ogni anno i differenti ministeri interessati preparino una relazione da presentare al Parlamento entro il 31 marzo, per le operazioni relative all'anno precedente in materia di importazionee l'esportazione dei sistemi di armamento da e per l'Italia. Impedisce inoltre che sistemi d'arma italiani possano essere venduti a paesi in conflitto, che violano gravemente i diritti umani e alle nazioni povere pesantemente indebitate.

F-35 Lightning II, il caccia delle polemiche

vai alla fotogalleryMinisteri, si taglia. Anche la Difesa deve fare la sua parte, e in vista dell'attuazione dalla spending review, il consiglio dei ministri, su proposta del ministro Di Paola, ha appena approvato un regolamento per la riduzione degli organici delle Forze armate pari a 20mila unità (esclusi Carabinieri e Capitanerie di porto).

Ma gli armamenti non si toccano e gli impegni per gli acquisti vengono mantenuti tanto che "nel 2012 l'Italia destinerà al comparto della difesa oltre 23 miliardi di euro". La cifra emerge dall'indagine compiuta da tre giornalisti nel libro "Armi, un affare di stato" (ed Chiarelettere), dove leggiamo che il mercato delle armi è cresciuto del 50 per cento negli ultimi dieci anni ed è una macchina capace di divorare a livello mondiale oltre 1700 miliardi di dollari all'anno.

Come mai il comparto delle armi è un business in continua ascesa, tanto che nessun governo pare abbia intenzione di contenerlo? Lo abbiamo chiesto a Francesco Vignarca, uno degli autori del volume, che ci spiega: «Le armi sono un vero e proprio affare di Stato: tutti pensano che nel business degli armamenti il problema sia rappresentato dai trafficanti e da quelli che smerciano illegalmente. In realtà i veri protagonisti sono i governi, da una parte perché controllano i produttori (che hanno con un giro di affari di oltre 400 mld di dollari anno) dall'altra perché sono coloro che prendono e acquistano veramente». Sfatato questo luogo comune, Vignarca prosegue: «I soldi vengono spesi a vantaggio di un'unica consorteria, che comprende politici, industriali ed esponenti dell'esercito. Con palesi conflitti di interessi: capita non di rado che uomini degli alti comandi che svolgono ruoli strategici nel definire gli appalti, finiscano la propria carriera con poltrone di prestigio nelle fabbriche fornitrici dell'esercito. Inoltre la prima fonte di finanziamento delle imprese che lavorano nel campo della difesa è data dagli anticipi dei clienti. Cioé lo Stato. E quando lo Stato è anche l'azionista di riferimento, come nel caso di Finmeccanica, copre il duplice ruolo di committente e venditore».

Ma le armi non si acquistano come il pane... non è richiesta un'autorizzazione parlamentare per procedere? «Sì, ma la legge è inadeguata. Il controllo del Parlamento è minimo a fronte di impegni decennali di forte impatto - sia per gli strumenti adottati che per la spesa. In molti casi, quando si tratta di stanziamenti ordinari di bilancio, si procede con un 'assenso preventivo'. Il ministro deve acquisire il parere delle commissioni parlamentari competenti, prima di avere il nulla osta per l'acquisto dal Parlamento. Ma se entro tre mesi le commissioni non si pronunciano, è sottinteso che non vogliono esprimersi. E una volta che un progetto è partito non resta che metere mano al portafoglio».

E sicuramente la mano che paga dovrà darsi da fare, dal momento che, come si legge nel volume citato, "per il 2012 sono previsti rilevanti programmi di armamento, come il completamento dell'acquisto di 121 velivoli Eurofighter (un programma stimato 18,1 miliardi, di cui 50 pagati quest'anno); il discusso programma di acquisto degli F-35 (470 milioni nell'anno); 100 elicotteri di trasporto tattico Nh-90 (per i quali, nel 2012 il conto è di 416 milioni. Sono invece 170 i milioni di euro previsti solo nel 2012 per quattro sommergibili U-212 e un residuo di 17 milioni per il programma di acquisto di 249 blindati Freccia".

Non solo acquisti. A quanto ammontano le esportazioni 'armate' del Belpaese? «L'Italia - risponde ancora Vignarca- ha venduto armi per 3,2 miliardi di dollari in cinque anni, dal 2007 al 2011 ed è oggi il quinto produttore mondiale, che esporta in molti Paesi (tra cui la Libia, il Pakistan, l'India e altri Stati 'caldi' del Medio Oriente). Niente male per un Paese che nella sua Costituzione dichiara di ripudiare la guerra». (L.F.)

 

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