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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

Home Politica, potere e servizio 25 aprile: festa di coesione?
25 aprile: festa di coesione? PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Alcune parole del presidente Mattarella spingono a fare del 25 aprile una festa di tutti gli italiani. Essendo, a differenza di Mattarella, senza ruoli istituzionali, aggiungo che il 25 aprile può essere un'occasione per lasciarci alle spalle lacerazioni e recriminazioni

rafforzando quella coesione da cui deriva una buona "organizzazionesociale", che poi è il nome di questo sito.  Partiamo da un presupposto. E' improprio parlare di “riconciliazione”, perché non c’erano diversità etcniche o religiose o culturali, non c'erano "solchi" radicati nella storia o nella razza, come potrebbero essere quelli tra cristiani e musulmani, bianchi e neri. C'era invece un popolo omogeneo che in pochi anni, dal 1940 al 1943, ha vissuto la crisi di un modello culturale fascista cui la stragrande maggioranza della popolazione, a vario titolo e con diversa intensità, aveva creduto o aderito, ma vedi anche http://www.laici.it/viewarticolo.asp?Id=2374.

I veri danni del fascismo, sul piano della libera circolazione delle idee e del conformismo culturale, c’erano già stati dalla metà degli anni trenta, e li avevo già scritti da tempo su questo sito.  I vantaggi del regime, rappresentati da una certa coesione sociale e da una certa disciplina, si sfaldarono con la graduale dissoluzione, durante la Guerra, dei miti mussoliniani, dietro cui emerse la strutturale disorganizzazione italiana (cui il regime aveva dato una copertura solo di facciata). Questa “dissoluzione del mito” fu vissuta da ciascuno secondo diversissime sfumature individuali, con tragiche reazioni a catena e nuove contrapposizioni. Il disordine, spesso sfociato in tragedia, fu alimentato anche dal crollo morale della Monarchia, dalla sua gestione di basso profilo dello sganciamento dalla guerra, col tentativo maldestro di “fare fessi” i tedeschi proclamando che “la guerra continuava”; furono due mesi di farsa, di trattative con gli alleati non tanto per un armistizio, ma per un “salto della quaglia”, un repentino rovesciamento del fronte, in un tentativo maldestro di salire sul carro di un vincente, di cui si sovrastimavano le possibilità, e che fu  il primo a rimanere disorientato dall’atteggiamento italiano. L’otto settembre, gestito a colpi di congiure di palazzo e di disorganizzazione dall’ex fascista Badoglio, mise tutti gli Italiani di fronte a un vuoto morale e istituzionale. Senza questo pasticcio sarebbe stato minore il rigurgito che spinse una parte consistente di popolo a ribadire la fedeltà al fascismo e all'alleanza per l'onore d'Italia; è infatti comprensibile che una parte di chi “ci aveva creduto” cercasse di reinventare un nuovo fascismo cercando legittimazione anche davanti a se stesso all’ombra della fedeltà, dell’onore d’Italia, e anche della protezione dell’alleato tedesco; quest'ultimo era infatti ancora forte, si sentiva giustamente tradito e molti (Mussolini compreso) cercavano inconsciamente di tenerlo buono in attesa che passasse la buriana.  

E’ altrettanto comprensibile che molti volessero dimenticare, e far dimenticare, di essere stati fascisti, per crearsi una nuova legittimazione politica politica per il futuro del paese. Gli unici ad avere idee chiare e disciplina, nonché qualcosa in cui credere, erano i comunisti, per i quali la lotta antifascista era strumentale all’acquisizione del maggior peso politico possibile dopo l’inevitabile liberazione, secondo una tattica tipica orchestrata da Mosca. La creazione di un “fronte antifascista” di cui il PCI , ideologicamente monolitico (e quasi “nuova religione”) sarebbe diventato militarmente egemone era l’obiettivo chiaro della c.d. svolta togliattiana di Salerno.

In questa cornice la più disorganizzata era la RSI , frammentata in bande, correnti, capi e capetti, con Mussolini ridotto a figura simbolo: la confusione partorì l'idea bislacca di una stupidissima leva obbligatoria, che finì per mandare tanta gente alla macchia, facendola poi diventare partigiana.

Di qui e di là, la maggior parte era in buona fede, e ognuno reagiva seguendo anche situazioni e posizioni casuali, come il generale dei granatieri di Sardegna Solinas, organizzatore della difesa di Roma contro i tedeschi l’8 settembre 1943, che poi aderi’ alla RSI, finendo pure processato per questo (e assolto in appello) dopo la guerra. Tanti restarono uomini, da una parte e dall’altra, e pochi diventarono –nella confusione- “caporali”, per dirla con Totò. Tuttavia furono troppi gli esaltati con un fucile in mano, che sparavano per un gesto dimostrativo, per far vedere di esserci stati, o per chissà quali pulsioni sanguinarie e di "cupio dissolvi" (penso alle figure criminali e sadiche che si infiltrarono nelle innumerevoli polizie della RSI). Dall'altra parte , molti c.d. partigiani, magari dell’ultimo momento e spesso ex fascisti , ripulivano il proprio passato mostrandosi sanguinari contro chi era compromesso con la Rsi, nelle vicende che ci ha raccontato Pansa a proposito del sangue dei vinti.

La repubblica sarebbe nata lo stesso, indipendentemente dalla resistenza, i cui risultati militari sono stati secondari, tanto che gli alleati avevano chiesto ai partigiani , nell’autunno 1944, di andare a casa, e riprendere a primavera.  Senza la resistenza, la RSI forse avrebbe mandato al fronte un paio di divisioni contro gli alleati. Questi ultimi non ce ne avrebbero fatto una grande colpa e ci saremmo risparmiati una guerra civile, i rastrellamenti antipartigiani,  in mezzo alle famiglie, in mezzo alle comunità locali, con le vendette personali da una parte e dall’altra.  Col senno di poi, i  risultati militari non giustificano le lacerazioni che hanno innescato e ci siamo portati dietro per settant’anni. 

La pagina migliore è stata la riorganizzazione graduale del Governo del Sud, che perlomeno riuscì a ricostruire un minimo di apparato militare, dandosi un esercito e mettendo in campo contro i tedeschi circa 5 divisioni.  A conferma che, in tanti, con la libertà di parola e di organizzazione delle forze politiche, la tolleranza, alla lunga ci si organizza, indipendentemente dall’uomo della provvidenza di turno, e nonostante un re palesemente inadeguato. E’ la riprova che con le lacerazioni un popolo non va da nessuna parte, logorandosi in sterili "sei con noi o contro di noi", come se l'organizzazione sociale fosse una partita di calcio. Se si ragiona, ci si scambiano le idee, alla fine si decide, un popolo può farcela.

Oggi ormai i protagonisti di quell’epoca sono tutti morti o quasi. I nostalgici del fascismo, che sono giovani, devono capire che senza libertà di parola e di organizzazione politica, non si va da nessuna parte, e che il primo nodo di qualsiasi partito è la selezione della propria classe dirigente. La destra italiana ed europea sembra non capirlo , affidandosi di volta in volta a “uomini della provvidenza” , fossero Berlusconi o Le Pen. Invece di chiudersi in rifiuti tipo “25 aprile, io non festeggio”, anche la destra dovrebbe essere parte di una autocoscienza che, senza esaltazioni e demonizzazioni ormai politicamente strumentali, contribuisca alla coesione nazionale.   

 

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