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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

Home Politica, potere e servizio Quantitative easing: la moneta non è una merce, ma attenti con la stampante
Quantitative easing: la moneta non è una merce, ma attenti con la stampante PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

C'è qualcosa di vero dietro alle invocazioni di riprendersi la sovranità monetaria che -si dice- appartiene al popolo. Sono affermazioni che creano un interessante corto circuito tra economia e politica/diritto. Una specie di rivendicazione del popolo di creare ricchezza con un suo atto di volontà. E' facile trasformare l'idea di onnipotenza della legge verso il giudice in una sua fantomatica onnipotenza davanti alle malattie, alla fame, ai rifiuti da smaltire, alle catastrofi naturali. Però il Giappone, gli stati uniti , la Gran bretagna hanno emesso moneta e hanno avuto successo. Molti si chiedono perchè non lo possiamo fare noi, dando la colpa

all'euro.  Dietro ci sono le solite carenze del nostro bagaglio culturale su cosa sia il denaro, che in ultima analisi è un simbolo di un rapporto di debito credito, che -essendo incorporato in un simbolo- può circolare di mano in mano. E' ingenuo affermare che tutti i mali del mondo possono essere risolti stampando moneta, ma è altrettanto ingenuo rispondere che "se ne stampi troppa vale poco", come se la moneta fosse una merce, ad esempio pomodori o pantaloni. Le merci, se si satura il mercato, vanno al macero, ma i crediti e i debiti no, finchè¨ resta la fiducia nei debitori. Emettere moneta ha dei limiti come perdita di credibilità del sottostante impegno del debitore. Non è difficile: basta pensare a uno di noi che esagera nel firmare cambiali. Ne deriverebbe una loro perdita valore dovuta non tanto a motivi economici, con le loro formalizzazioni matematico-statistiche, quanto a una crisi di fiducia. L'eccesso di moneta non è dannoso in se', non fa danni automatici, ma costituisce uno dei fattori che provocano la suddetta crisi di credibilita'  dell'emittente. Finche' chi ha attivita'  produttive di beni o servizi reali accetta la moneta in cambio dei propri prodotti tutto bene. Man mano che diminuiscono i produttori di merci e servizi , e aumentano i venditori di fiducia in se stessi, cioè i produttori di moneta, quest'ultima perde credibilità . Quindi finchè c'è credibilità  si può continuare a emettere moneta, ma piano piano la credibilità  si consuma. E' un processo graduale, senza confini precisi, secondo una costante delle scienze sociali. I profili che influenzano la credibilità  dipendono da tanti fattori di affidabilità  economico - politica propria e altrui , inclusa la presenza di debitori migliori. Un profilo unificante però è la capacità  di creare, attraverso l'emissione di moneta, dei redditi in senso ampio, cioèparametri di credibilità politica, opere pubbliche, reti, conoscenze apprezzabili come tali , che restano nel futuro. Non cattedrali nel deserto o sperperi contabilizzati come incentivi allo sviluppo o alla ricerca. Alla fine l'emissione di moneta significa "spesa pubblica" e dalla sua qualità  ne dipende la credibilità , come indicato in quest'altro post. 

 

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