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Home Opinione pubblica e media Il "non voto" al referendum come legittima scelta politica
Il "non voto" al referendum come legittima scelta politica PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

In un clima di inspiegabile isteria collettiva e impeto referendario degno di miglior causa, la scelta del “non voto” è stata messa alla berlina, condannata come illegittima, antidemocratica, vero e proprio atto di sabotaggio. Tra le tante voci che si sono levate, quelle di presidenti di Regioni che tacciano di disonestà i cittadini che non vanno a votare, o docenti universitari che giudicano la scelta dell’astensione meschina e codarda.

Sembra però sfuggire un dato elementare: qui si discute di referendum “abrogativo”, cioè di un contrarius actus per il quale i costituenti hanno richiesto una maggioranza qualificata. Il “dovere di voto” (dovere civico, secondo l’art. 48 Cost.) si riferisce evidentemente alle elezioni politiche (come si desume dai riferimenti agli “elettori”), per assicurare una adeguata rappresentatività agli eletti e lo stesso funzionamento degli organi elettivi: se, per assurdo, nessun cittadino si recasse alle urne, la democrazia rappresentativa ne sarebbe paralizzata. Nel referendum non si tratta invece di eleggere qualcuno per fare delle cose, ma di votare su un certo atto, e ci si reca (o meno) alle urne non nelle vesti di “elettori”, ma di “legislatori per un giorno” (la delibera di abrogazione di una legge è anch’essa una legge).

Al tempo stesso, il non-voto alle elezioni politiche si traduce, oltre che nel mancato esercizio di un diritto, in una mancata partecipazione ai meccanismi democratici. Chi non partecipa non compie alcuna scelta, rimettendosi a quelle compiute dagli altri consociati, abdicando al suo diritto-dovere.

Discorso molto diverso vale invece per il referendum abrogativo: qui non è in gioco la tenuta della democrazia rappresentativa, posto che si discute non dei meccanismi di formazione di una legge, bensì della sua abrogazione.

E il non andare a votare può assumere essenzialmente due significati, entrambi pienamente legittimi: può riflettere un mancato interesse per il quesito referendario, un giudizio di irrilevanza dello stesso, o anche la sua mancata comprensione. Tutte situazioni assimilabili a una implicita adesione alla legge esistente, oggetto del quesito, piuttosto che alla sua cancellazione. Se più della metà degli elettori non si reca alle urne, la rappresentatività del risultato referendario è reputata insufficiente ai fini della sua efficacia (dopodiché si può discutere se mantenere o meno un quorum così elevato, ma questo è un altro discorso, e non riguarda l’oggi).

Oppure, l’astensione può esprimere un giudizio ancor più consapevole, di contrarietà alla proposta oggetto di referendum: e in tal caso la legittimità del non-voto è ancora più netta, posto che la partecipazione (onde votare in senso contrario all’abrogazione) può invece concorrere alla formazione del quorum e così tradursi in un esito controproducente rispetto alla volontà del votante.

Chi non vota, in quanto contrario all’abrogazione, si assume peraltro sempre un rischio, dovendo affrontare un dilemma: nell’ipotesi di raggiungimento del quorum, infatti, il non aver votato faciliterebbe il raggiungimento di una maggioranza favorevole all’abrogazione.

Ora, che cosa ci sia in tutto questo di disonesto, antidemocratico, meschino, e così via, resta un mistero. L’esercizio di democrazia diretta in cui consiste la partecipazione (o non partecipazione) a un referendum abrogativo presenta evidenti similitudini con la manifestazione di un voto in un’assemblea rappresentativa, in cui disertare l’aula è strumento frequentemente utilizzato dalle minoranze parlamentari per far mancare il numero legale e impedire così l’approvazione di una norma.

La prossima volta in cui ciò accadrà, dovremo per coerenza stracciarci le vesti denunciando sabotaggi e disonesti attacchi alla democrazia?

 

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