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Home Opinione pubblica e media Divisione del lavoro..non era difficile (a proposito di Adamo Smith)
Divisione del lavoro..non era difficile (a proposito di Adamo Smith) PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Solo per segnalare questo bell'articolo con cui un filosofo della politica, Giuseppe Bedeschi, sul sole 24 ore di oggi, spiega alcuni concetti di fondo dell'"era aziendale", della produzione di serie, della "divisione del lavoro", della maggiore produttività ottenuta attraverso i beni strumentali o semplicemente

la divisione del lavoro manuale. E' un presupposto di base per l'organizzazione sociale. Un condensato di buonsenso, e quindi di ragionamento, per cominciare a pensare, prima che sia troppo tardi.  Sono cose troppo fondamentali e importanti per saperle solo in pochi, senza spesso neppure dirsele tra noi, contrapponendo "le aziende" agli  individui, senza capire che sono "corpi intermedi", fatti di uomini. Non uomini un pò più grossi. Che sono corpi sociali a base organizzativo proprietaria, ma il cui  padrone -se c'è- è un uomo esattamente come l'ultimo degli  operai.  E che la sua pretesa di sentirsi "migliore" finisce per rompere la coesione sociale, generando disgregazione e miseria. 

Da il sole 24 ore del 18 maggio 2014

Abbasso il lavoro improduttivo

Giuseppe Bedeschi

È stata spesso sottolineata una significativa coincidenza temporale: la Ricchezza delle nazioni di Adam Smith fu pubblicata nel 1776, lo stesso anno della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America. Coincidenza significativa, dicevo, perché l'opera di Smith analizza e illustra per la prima volta, con mirabile profondità, il funzionamento di quel modo di produzione che sarebbe poi stato chiamato capitalistico, e che avrebbe fatto degli Stati Uniti la più ricca e potente nazione del mondo.

Ci aiuta a individuare, con lucidità e rigore, i nodi essenziali dell'analisi smithiana – che non è solo un capitolo classico della storia del pensiero economico, ma è anche una lezione assai ricca di insegnamenti per noi oggi – il libro di Adelio Zanini, edito da liberilibri, Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia politica (che, come dice il titolo, ricostruisce tutti gli ambiti della riflessione del grande scozzese).

Nella sua indagine Smith partiva da un paradosso: nelle nazioni prospere, sebbene un gran numero di persone non lavori affatto, e sebbene molte di queste persone consumino cento volte più di quelle che lavorano, tuttavia il prodotto del lavoro complessivo della società è così grande che «anche il lavoratore della classe più bassa e più povera, se frugale e industrioso, può godere dei mezzi di sussistenza e di comodo in quantità maggiore di quella» di un principe pellerossa nelle selvagge praterie americane.

Come spiegare questo paradosso? L'abbondanza del prodotto complessivo della società moderna è dovuta, dice Smith, al fatto che il lavoro è impiegato sulla base di una generalizzata "divisione del lavoro", la quale non solo permette un enorme aumento della produttività, ma promuove anche l'introduzione delle macchine (spesso è il semplice operaio che inventa la macchina capace di eseguire la semplicissima operazione a lui affidata).

La divisione del lavoro trasforma profondamente la società. Quando essa si afferma in modo generale, il singolo può soddisfare col proprio lavoro solo una piccolissima parte dei propri bisogni. «L'uomo soddisfa la maggior parte dei suoi bisogni scambiando l'eccedenza del prodotto del proprio lavoro rispetto alle esigenze del proprio consumo contro le parti del prodotto del lavoro altrui di cui ha bisogno. Così ognuno vive scambiando, cioè diventa in certa misura mercante, e la società stessa si trasforma essenzialmente in una società commerciale».

L'unità produttiva fondamentale di tale società commerciale è l'azienda manifatturiera, che sorge grazie all'iniziativa e all'investimento dell'imprenditore, il quale anticipa i denari sia per i salari degli operai, sia per l'acquisto di materie prime e di attrezzature. Ma l'intero valore del prodotto del lavoro (che si cristallizza nelle merci) è opera degli operai salariati, che producono sia il valore corrispondente ai propri salari e ai materiali acquistati, sia "un di più": cioè il profitto, che viene intascato dall'imprenditore per il rischio da lui affrontato investendo il proprio capitale nell'impresa. A differenza di quanto è stato sostenuto dagli studiosi marxisti o di ispirazione socialista, Smith non ha con ciò individuato nel lavoratore salariato il solo, vero protagonista dell'economia moderna, poiché senza l'imprenditore che crea un'impresa e rischia un capitale, la manifattura moderna non sorgerebbe nemmeno.

E non solo: poiché i profitti sono maggiori o minori in proporzione alla dimensione del capitale impiegato, l'imprenditore ha tutto l'interesse a investire capitali più grandi (e a investirli nei settori più vantaggiosi). Di qui il forte sviluppo economico promosso dalla manifattura moderna, a vantaggio dell'intera società: così l'egoismo privato (la ricerca del profitto) si converte in pubblico beneficio, secondo la celebre formula enunciata da Mandeville.

È ben noto che nella società manifatturiera-commerciale analizzata da Smith, ai governi spetta una funzione limitata ma delicata. Essi non devono creare privilegi, monopoli, corporazioni eccetera, cioè non devono alterare le regole della libera concorrenza sul mercato. Né devono favorire certi investimenti e disincentivarne altri, poiché gli imprenditori sanno benissimo quali siano i settori più vantaggiosi in cui investire i loro capitali. Ciò non significa che i governi non abbiano compiti assai importanti: essi devono costruire le infrastrutture (strade, ponti, canali, eccetera), ma devono anche assicurare la pacifica convivenza tra i cittadini, far rispettare le leggi, amministrare la giustizia nel modo più rigoroso e imparziale (senza di ciò, la società commerciale si incepperebbe). Tutto quello che va al di là di queste funzioni, qualunque pretesa di orientare l'economia con provvedimenti speciali, può solo intralciare il meccanismo spontaneamente creatore (che Smith chiama «la mano invisibile») della società commerciale e arrecarle grave danno.

In questo quadro è fondamentale la distinzione smithiana fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo.

È lavoro produttivo quello che accresce il valore dell'oggetto al quale è destinato; è lavoro improduttivo quello che non produce valore e consuma reddito. Si diventa ricchi, dice Smith, assumendo una quantità di operai, si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori. Sulla base di questa distinzione si può dire (e Smith lo dice con qualche ironia) che sono improduttivi i re e le loro corti, tutti i funzionari civili, l'esercito e la marina, ma anche gli ecclesiastici, gli avvocati, gli uomini di lettere, gli attori, i comici, eccetera. È vero che lavoro improduttivo non è affatto sinonimo di lavoro inutile; però è parimenti vero che in una società commerciale il lavoro improduttivo non può assumere dimensioni tali da soffocare il lavoro produttivo, cioè da diventare insostenibile per esso. È superfluo sottolineare, credo, l'attualità di queste parole smithiane, che sembrano essere state scritte ieri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Adelino Zanini, Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia politica, Liberilibri, Macerata, pagg. 312, € 18,00

 

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