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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

Home Lavoro e sindacato articolo art. 18: la rigidità legislativa strozza il paese
articolo art. 18: la rigidità legislativa strozza il paese PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Il diritto, inteso come controversia davanti al giudice, dovrebbe essere l'ultima spiaggia della risoluzione delle controversie. E la difficoltà di gestire questa ultima spiaggia non dovrebbe essere un'arma di cui una  delle parti 

si fa forte per avere potere contrattuale nel "gruppo sociale azienda". La giusta causa è solo gravissima, difficilissima da provare, infamante, mentre il lassismo, lo scarso rendimento , la scarsa collaboratività, la mancata coesione coi colleghi , insomma "l'improduttività" del dipendente sono difficilissime da dimostrare in concreto. Come d'altra parte per il dipendente ingiustamente discriminato è difficilissimo dimostrare l'atteggiamento vessatorio del datore di lavoro. C'è da chiedersi in che modo, in altri paesi, facciano a meno di norme rigide come l'articolo 18, conciliando al meglio nel caso concreto gli interessi di entrambe le parti, cointeressate in un "bene comune", che il datore di lavoro "gestisce", ma che non è "suo", come sarebbero la casa, la macchina o il conto in banca. Come scriviamo sempre su questo sito, l'azienda non è "un omone", ma un gruppo sociale intermedio, un aggregato di persone, anche se la gente continua a immaginarla come un "grande pasticcere", un "grande fruttivendolo", e via enumerando a seconda dell'attività svolta. Questo aggregato, come tale, non ama liberarsi di una persona che ne fa parte, salvo che questa persona sia oggettivamente di intralcio all'aggregato stesso. Visto che il principale valore dell'azienda è l'organizzazione, la coesione, se essa potesse parlare , avesse sangue nelle vene, cervello e sentimenti, si libererebbe solo dei dipendenti che davvero gli nuocciono. Cioè farebbe solo licenziamenti per giusta causa. Peccato però che l'aggregato sociale "azienda" non sia  un essere senziente, ma cammini con le gambe di altri  uomini, con i loro vizi e le loro debolezze: l'antagonista del dipendente non è  l'azienda, ma altri uomini, cioè un dirigente, o il titolare. Costoro potrebbero farsi interpreti in buona fede dell'interesse dell'organizzazione, oppure dell'interesse al proprio sistema di potere, per fare pressioni su un dipendente per qualche aspetto "scomodo" , per dare un esempio agli altri, intimidendoli, e via enumerando.

Probabilmente all'estero il problema non sorge perchè i giudici riescono a capire da che parte pende la bilancia, e magari perchè riescono a dosare l'ammontare del risarcimento. Nel senso che l'azienda, pur impersonata da un dirigente vessatorio, non  può essere obbligata a tenersi uno che non vuole, con cui il rapporto si è logorato. La reintegrazione nel posto di lavoro mi pare una forzatura come la reintegrazione nel talamo nuziale del coniuge con cui l'altro non vuole più congiungersi carnalmente. Se da un lato non si può obbligare l'azienda a tenersi  qualcuno controvoglia, dall'altro non si possono tenere i dipendenti sotto la spada di Damocle di dirigenti e titolari che possono mandarli via quando vogliono solo con qualche mensilità di stipendio. Perchè spesso e volentieri il danno da perdita del posto di lavoro è ben superiore al risarcimento forfettario, per la difficoltà di trovare altri posti di lavoro. In altri casi, per pochi lavori qualificati,  il posto di lavoro è talmente facile da trovare che il risarcimento forfettario è una manna dal cielo. Per questo ben venga la tutela risarcitoria, ma determinabile dal giudice, e senza tetti massimi, valutando quindi  anche le possibilità di ricollocazione sul mercato del lavoro del dipendente ingiustamente licenziato. Magari si potrebbe addirittura obbligare il datore di lavoro a  pagare lo stipendio fino a quando avesse trovato al dipendente un lavoro "alternativo". Come al solito però è la rigidità delle formule legislative, e il desiderio di demandare ad esse le decisioni, che porta deresponsabilizzazione istituzionale e, paralizzando le istituzioni, strozza il paese. 

 

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