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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

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Tutto quello che bisogna sapere sul PIL , le persone e lo stato PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Allego qui tre paragrafi sul pil comprensibili per chiunque e probabilmente più completi e meno contorti di quanto siano con le equazioni di un manuale di economia, lo spunto mi è stato dato dall'analogo tentativo di un amico professore di economia , riccardo puglisi, che l'ha fatto qua, grossomodo diciamo le stesse cose, valutate voi, l'importante è che interiorizzate il concetto, le informazioni che dà e i suoi limiti. 

7.1.  La misurazione dell’economia e il PIL come indicatore degli scambi di mercato.

L’era aziendale, con la sua combinazione di aziende e istituzioni (par. 4.13) è molto sofisticata ed ha bisogno di strumenti informativi, di analisi e monitoraggio, anche per consentire la supervisione della pubblica opinione (par. 5.2 e seguenti), da cui dipende l’intervento dei pubblici poteri.

Serve quindi una misurazione dell’attività economica, per la quale un tempo veniva utilizzata la quantità di moneta in circolazione (par. 7.7), che però era un indice troppo rudimentale.

 Per questo si avvertì, dopo la crisi degli anni Trenta del ventesimo secolo, la necessità di un indicatore più affidabile e sintetico,e fu elaborato il PIL. La convenzione base del PIL era quella di misurare, con criteri di campionatura statistica molto sofisticati (e che spesso a molti sembrano un atto di fede) gli scambi dove intervengono operatori economici.

Alla base del PIL, e della sua costruzione logica, c’è una idea elementare di scambio: immaginiamo due soggetti, ciascuno dei quali ha prodotto un bene, che appunto scambia con l’altro, considerandoli equivalenti: ciascuno di essi avrà realizzato un reddito, per il bene che ha dato alla controparte, e un consumo per il bene che ha percepito. Trasfondendo questo scambio sul piano macroeconomico abbiamo i primi elementi dell’equazione su cui si basa il PIL. Su questo primo elementare equilibrio economico, dove i consumi sono uguali alla produzione, si inseriscono le esportazioni, dove c’è produzione, ma non consumo, le importazioni, dove avviene il contrario (consumo, ma non produzione), gli investimenti e debiti-crediti. Il PIL compensa le duplicazioni, cioè gli scambi tra produttori, e considera solo quelli che arrivano al consumo finale, oppure si dirigono a clienti esteri, naturalmente sterilizzando i consumi di beni importati, la cui produzione è avvenuta altrove. È una specie di eguaglianza, tra redditi da un lato e consumi, più investimenti, più esportazioni nette (cioè al netto delle importazioni)

Allo stesso risultato concettuale si arriva sommando le remunerazioni dei fattori della produzione aziendal-tecnologica, cioè lavoro, capitale, rendita fondiaria, profitto di impresa. Quindi tutti i servizi necessari alla produzione, compresi quelli direzionali, costituiscono una grandezza uguale e contraria alla produzione, che a sua volta si traduce in investimenti e consumi, col già indicato correttivo dei rapporti con l’estero (esportazioni e importazioni).

I consumi possono quindi avvenire anche “a debito”, e i redditi possono essere anche rappresentati da crediti. Tornando all’esempio elementare dello scambio, se chi ha del cibo ne scambia una parte con chi si impegna a dargli una merce o prestargli un servizio in futuro, ha reddito misurato da un credito, mentre non ha ancora consumato. Sono riflessioni riferibili anche ad una famiglia, o a un artigiano, senza le formalizzazioni matematiche con cui le ha rivestite l’economia, nel tentativo di “legittimazione scientifica” descritto al paragrafo 4.6.

Il vero problema, rispetto a sterili esposizioni formali dei concetti suddetti, è il calcolo degli scambi. Concettualmente bisognerebbe rilevare tutte le operazioni al consumo finale (cui corrisponde il soddisfacimento dei bisogni umani), chiamate anche business to consumer (BtoC spesso indicato gergalmente come B2C); basterebbe poi aggiungere le esportazioni e togliere le importazioni, come indicato sopra, per valutare l’attività economica. Sul piano della rilevazione statistica questa procedura è troppo complessa in quanto la rete distributiva è più parcellizzata del sistema direttamente produttivo, da cui è più comodo prendere le mosse, stimando il “valore aggiunto (paragrafo 3.11) di ogni fase produttiva, al netto del valore aggiunto che gli viene fornito da altri settori, in modo da evitare duplicazioni. Il valore aggiunto del credito (delle banche) contribuisce alla formazione del PIL come remunerazione del servizio di intermediazione nella raccolta di risparmio e nell’erogazione di credito. L’apporto al PIL delle istituzioni pubbliche, non operanti esattamente in un contesto di scambio, sarà analizzato al successivo paragrafo 7.3.

Per ora cerchiamo di capire il contenuto informativo del PIL e quindi in controluce gli aspetti su cui esso non fornisce informazioni. Il PIL considera gli scambi di mercato e quindi esclude la produzione “di sussistenza”, tipica dell’era agricolo-artigianale, in cui erano importanti l’autoconsumo e i piccoli scambi di vicinato, come indicato già al par. 2.4.

Sfuggono al PIL anche le prestazioni reciproche interne all’altra cellula della società, accanto alle aziende moderne, cioè la famiglia, della cui crisi – sotto questo profilo – abbiamo detto al par. 4.1.

Il PIL è quindi un indicatore tipico dell’era aziendale, mentre in società agricolo-artigianali, dove prevalgono autoconsumo e scambi di vicinato è quasi del tutto privo di significato. Dividere infatti lo scarso valore aggiunto aziendale (par. 3.12) per il numero degli abitanti, elaborando un PIL procapite è solo una mistificazione ad effetto. Il risultato può essere di pochi dollari al giorno, in contesti di economia di sussistenza, dove la vita è certamente dura, ma in un contesto diverso agricolo-artigianale, simile a quella secolare dell’occidente preindustriale, non così miserabile come si sarebbe portati a dire in base ai raffronti dei PIL pro capite (vero e proprio idiotismo economico).

Già al par. 3.15 abbiamo indicato la necessità di “andare oltre il PIL”, mantenendo il ruolo dell’azienda tecnologica, ma senza elevare la produzione a feticcio. Ironie su questa concezione totalitaria del PIL venivano da personaggi che non erano certo antagonisti “no global” ante litteram, come Winston Churchill, e Bob Kennedy; il primo si chiedeva perché, se uno sposa la propria cameriera, trasformando un rapporto di scambio economico in uno scambio affettivo, diminuiva il Pil, ed il secondo, criticava il PIL rilevando come esso comprendesse “l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana, programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini, la produzione di napalm, missili e testate nucleari, trascurando la salute delle famiglie, la qualità della loro educazione la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari, misurando tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.

Sono estremizzazioni e paradossi, ma sufficienti a ricordarci che l’economia è fatta per l’uomo, cioè deve soddisfare nel modo più efficiente bisogni umani, e non viceversa. Dove il viceversa sta a significare un consumo di merci inutili solo per mantenere le economie di scala delle aziende che le producono, e che cercano di sostenerne il consumo con le fatue comunicazioni pubblicitarie indicate al par. 4.1.

Tuttavia l’economia pone i suoi vincoli di buonsenso, che oggi sembrano dimenticati, come l’impossibilità di consumare senza produrre, la tensione per i debiti non pagati, l’impossibilità di creare ricchezzaper legge, e la presenza di costi per ogni attività umana (nessun pasto è gratis).

In questo quadro, espresso da vecchie massime umanistiche senza tempo, si possono però collocare innumerevoli scale di valori, che influenzano i bisogni, la produzione, i rapporti sociali, le varie sfumature organizzative della collettività, avvertite dalla pubblica opinione, come indicato ai paragrafi 5.3 e seguenti. Gli studiosi sociali dovrebbero quindi coordinare e contestualizzare queste riflessioni, aggiornando le categorie concettuali con cui la pubblica opinione analizza l’“era aziendale”. Si tratta di superare l’intreccio tra bagaglio culturale agricolo artigianale, ancora fortemente intriso di bisogni materiali, e la volontà di vendita delle aziende, che hanno alimentato l’illusione del consumismo, l’ebbrezza dell’“avere” rispetto all’“essere”, che forse sono alla base della assolutizzazione valoriale del PIL. Il PIL è quanto di meglio abbiamo, allo stato attuale delle convenzioni di calcolo, per avere una informazione sulla convivenza sociale. Ma non bisogna assolutizzarlo, come se le variazioni infinitesime di punto di PIL fossero indicative di chissà cosa, come spesso vengono presentate nel sensazionalismo mediatico che si riflette in mercati finanziari il cui nervosismo conferma ancora una volta l’appartenenza dell’economia alle scienze umane.

Come per tutti i “valori assoluti”, in un sano relativismo, bisogna diffidare della “necessità di produrre”, non importa cosa, purché “cresca il PIL”, come se la sua crescita volesse dire sempre e comunque “benessere, indipendentemente dalle merci prodotte e consumate; analogamente estremistici sono oggi i miti della “decrescita felice”, come se “non produrre”, fosse un valore in sé, e si potesse tornare all’economia preindustriale, senza più produzione di serie dopo che ci siamo abituati ad essa ed abbiamo perso le doti della società “agricolo-artigianale”; non si può ovviamente tornare al passato, ed è anche per fortuna molto raro trovare su internet, frutto della civiltà tecnologica, grossolani richiami a miti preindustriali. Il pregio della decrescita felice è solo il richiamo ad uno stile di vita più sobrio, abbandonando simbolimaterialistici e sprechi, per esorcizzare gli interrogativi di fondo dell’uomo (par. 3.1), trascurando un suo rapporto più maturo con gli altri uomini, con l’ambiente. Solo con questa lettura umanistica di una produzione, da salvaguardare, si può lentamente evitare una fabbrica di immaturità e infelicità. Al PIL bisogna quindi chiedere solo di svolgere il suo compito, cioè misurare gli scambi di mercato. Indicatoriintegrativi del PIL per esprimere altri parametri di qualità della vita, come il livello di istruzione, la coesione sociale, le condizioni ambientali e sanitarie, il tempo libero, etc. non sono facilmente elaborabili, ma sono una nuova frontiera delle scienze sociali.

7.2.   Il PIL nei confronti internazionali: pregi e difetti informativi.

Ci sono convenzioni europee e internazionali sul calcolo del PIL, ma bisognerebbe approfondirne l’idoneità a garantire una vera uniformità di rilevazione. Nello spazio economico globale, il PIL è infatti utilizzato per effettuare confronti internazionali, ma la sua attendibilità è inferiore perché, cambiando alcune convenzioni di stima, il risultato può cambiare notevolmente; comunque il PIL è uno dei parametri utilizzati per stilare le graduatorie di sviluppo economico, ad esempio per individuare i paesi più industrializzati; il PIL è un elemento importante per le riunioni politico economiche tipo G7, anche se affiancato da parametri geopolitici, militari e diplomatici. Si può ipotizzare che il PIL sia anche un parametro per ripartire le contribuzioni degli stati ad alcuni organismi internazionali.

Se si prende in considerazione il livello del PIL nazionale (che è pari oggi a circa 1.500 miliardi di euro), l’Italia risulterebbe essere all’incirca in settima posizione, ma basta pensare che non è inclusa la Cina per rendersi conto della obsolescenza di questa classifica, che vede i paesi dell’occidente tradizionale perdere anno dopo anno posti in graduatoria (par. 3.1).

Nella relativizzazione del PIL vale la pena di ricordare che esso non considera le diseconomie esterne, “costi sociali” o “esternalità negative” (par. 4.4). Sono cioè esclusi dal PIL i costi futuri, resi necessari da queste esternalità negative (costi di bonifica, costi sanitari, di congestione ambientale etc.).

Il PIL non considera neppure l’utilità sociale delle varie produzioni, il loro contributo alla convivenza, la loro destinazione a consumi o a investimenti. Gli acquisti valgono come tali, a prescindere dalla loro finalità per recuperare i centri storici, per rinnovare il guardaroba degli adolescenti, per produrre burro oppure cannoni, secondo un vecchio modo di dire. Sia i consumi, sia gli investimenti, pubblici o privati, “fanno PIL”. Aumentano infatti il PIL sia gli investimenti in infrastrutture, tecnologia, ambiente, sanità e capitale umano, sia i consumi più inutili; l’ossessione dell’aumento del PIl, cioè dei consumi, finanziati “a debito” (spesso pubblico, cfr. par. 8.3) in modo che le merci trovino sbocchi, il fatturato aumenti e come si dice volgarmente “i soldi girino” può portare alla catastrofe economica.

I consumi rilanciano la produzione solo quando, appunto, si produce qualcosa da scambiare e si crea reddito; altrimenti, se si consuma quello che non si produce, si creano debiti che non si potranno ripagare e costituiscono solo palliativi rispetto a una crisi di sovraproduzione. In altri termini, la spesa a debito porta al consumo senza reddito, uno scambio “solo virtuale”, tra chi effettua una prestazione, e chi si limita a promettere, come indicato anche al par. 7.7.

Le confusioni concettuali della pubblica opinione in materia economica spingono invece ad assumere i consumi come indice di reddito anche quando sono indice di diminuzione di patrimonio, oppure di debito. Dopotutto l’economia è uno scambio reciproco di prestazioni, che si può equilibrare nel tempo, dove cioè le eccedenze di quanto dato rispetto a quanto ricevuto costituiscono denaro (cioè “credito monetizzabile”, come diremo al par. 7.7); i crediti dovrebbero a rigore essere utilizzati nel futuro, per consumare senza produrre.

Se ci sono squilibri economici tra la tipologia di beni offerti e quelli richiesti, rilanciare la domanda forzando il consumo dei primi, magari indebitando lo stato a questo scopo, come vedremo al par. 8.3 è una pericolosa illusione. La produzione si rilancia solo quando, appunto, si produce qualcosa che interessa ai consumatori; altrimenti, se si consuma quello che non si produce, si creano debiti che non si potranno ripagare. In altri termini, la spesa a debito è un riflesso di consumo senza reddito, controbilanciato da promesse che non si potranno onorare. Insomma, un palliativo.

Il risparmio non deprime affatto il PIL, o meglio lo deprime solo se i risparmiatori custodiscono le loro monete nel materasso. Altrimenti il risparmio viene infatti rimesso in circolo attraverso il sistema bancario, nei modi indicati al par. 7.8.

Anche una vertigine di consumi aumenta il PIL, ma può essere un fuoco di paglia, magari finanziato a debito, per futili motivi; un po’ come nei primi anni 2000, in cui le famiglie americane ipotecavano la casa per acquistare beni voluttuari di consumo, tutti finanziati a debito, piazzato sul mercato finanziario attraverso “titoli tossici”, che portarono al fallimento Lehman Brothers del 2008, con crisi di molte altre banche, salvate con interventi pubblici. Proprio la consistenza del risparmio familiare ha assicurato, nella suddetta crisi del 2008, la relativa solidità delle banche italiane nella crisi internazionale. Bisognerà vedere se sarà sufficiente anche nella crisi del debito sovrano. Ma se non si torna a produrre, e a saper organizzare la produzione, è difficile.

Rispetto al PIL l’economia criminale è parassitaria quando si manifesta in estorsioni e taglieggiamenti, senza alcuna soddisfazione bilaterale di bisogni umani; questi ultimi sussistono invece anche quando si tratta di bisogni illeciti come le bevande alcooliche ai tempi del proibizionismo, la droga (in molti paesi la coltivazione di oppio e coca costituisce un pilastro delle economie locali), il gioco d’azzardo o la prostituzione. È la differenza tra “parassitismo criminale”, basato sulle estorsioni di reddito altrui (il rapinatore soddisfa solo i bisogni propri), e “reddito criminale” che fornisce un servizio, una prestazione, sia pure socialmentedisapprovata. Su questo sfondo corruzioni e concussioni rappresentano anch’esse “economia criminale”, salvo forse quando sono gli unici modi per smuovere la paralisi di istituzioni pubbliche altrimenti immobili.

Quando il PIL è stato concepito, prima della seconda guerra mondiale, non era praticabile un diverso criterio di calcolo, basato sulla stima diretta dei consumi finali di beni e servizi totali, prendendo solo le vendite di tutti gli operatori economici “al dettaglio”, aggiungendo poi le esportazioni nette (esportazioni meno importazioni).

Oggi la tassazione attraverso le aziende (capitolo ottavo), con la sua estensione a tutti gli operatori economici, anche minimi, consente un ipotetico confronto tra dati delle dichiarazioni fiscali e campionature Istat di contabilità nazionale; i dati fiscali, salva la ricchezza non registrata, rappresentano non già “un campione”, ma tendenzialmente, riguardando l’insieme degli operatori economici esprimono, come dicono gli statistici, l’universo.

C’è quindi da chiedersi se non potrebbe essere più accurata, rispetto alle stime del PIL effettuate, spesso in termini di vero e proprio atto di fede, da uffici di contabilità nazionale, una stima basata sui dati fiscali, magari lordizzata per tener conto della ricchezza non registrata. Le banche dati delle dichiarazioni fiscali sono infatti analitiche, molto credibili, per le attività organizzate, e integrabili convenzionalmente per quelle più sfuggenti. È un altro punto di incontro tra diritto ed economia che si dovrebbe approfondire. Ma nelle scienze umane la forza di inerzia è dominante. E quindi si va avanti con stime esoteriche del PIL, di cui l’opinione pubblica non riesce a ripercorrere la logica, prendendole come un atto di fede.

7.3.  La valutazione nel PIL dell’economia pubblica non “di scambio”.

Il riferimento del PIL agli scambi di mercato, ne spiega anche i limiti di fronte all’economia delle istituzioni, estranea allo scambio bilaterale, ma ispirata al consenso politico (o scambio politico, come indicato ai paragrafi 1.2 e 1.3. Il consumo pubblico, come dicono gli economisti, magari è utilissimo ed efficientissimo, ma è pur sempre ispirato allo scambio politico. Vedremo al capitolo ottavo che le imposte prelevano quindi una quota di reddito nazionale per generare consumi appunto “pubblici”, che dovrebbero esprimere anch’essi “servizi”, utili alla produzione complessiva. I consumi pubblici spesso sono “fattori produttivi” per il sistema produttivo privato, come le infrastrutture, la sanità, la sicurezza e l’istruzione. Si tratta però di servizi su cui l’utente non può “trattare”, perché dipendono da decisioni politiche, non da decisioni consensuali, di reciproca convenienza.

Anche se questi consumi pubblici sono essenziali per l’organizzazione sociale, la cifra spesa per essi non deriva da uno scambio: gli operatori che pagano imposte producono ricchezza, e ne versano una parte alle istituzioni pubbliche, che magari ricambiano in modo efficiente, oppure sprecano, ma in entrambi i casi seguono la logica indicata ai par. 5.2 e ss.. Si sostituiscono cioè consumi pubblici a consumi privati. Non è un giudizio negativo sui primi ci mancherebbe, però è un altro modo per tornare al filo conduttore del testo in materia di intermediazione pubblica.

Al ridursi dell’azione privata nel mercato e all’aumentare della sfera pubblica, fino a esaurire ogni spazio economico, il concetto di PIL perde il contatto con l’idea dello “scambio”, del consenso, del mercato, per esprimere la delega dei governati, la trasfigurazione dello scambio da contrattuale a “politicamente intermediato”; portando l’intervento pubblico all’estremo, come nei paesi comunisti di cui al par. 4.12, ognuno lavorerebbe per lo stato, e il denaro rappresenterebbe solo uno strumento per una limitata scelta tra i servizi pubblici messi a disposizione dall’unico fornitore statale, tra cui persino alimentazione, alloggio, mobilità. Non essendoci economia privata non servirebbero le imposte, inutile e dispendiosa partita di giro, visto che già tutto sarebbe dello stato. Per questo, al crescere del settore pubblico, è particolarmente importante ai fini della significatività del PIL la valutazione della sua efficienza; altrimenti, persino aumenti degli stipendi pubblici, finanziati a debito per aumentare i consumi e senza alcun aumento di efficienza, farebbero apparentemente aumentare il PIL, preludendo invece ai disastri di cui al par. 8.3.

Nelle economie libere, cioè miste “pubblico – privato”, come quelle “occidentali”, si segue il criterio normale quando si inseriscono nel PIL gli acquisti effettuati dallo stato per il consumo finale degli utenti (si pensi alla sanità in convenzione) nonché i costi vivi degli stipendi pubblici; quest’ultima è una scelta,obbligata in quanto non ci sono altri sistemi di misurazione; questa soluzione può non dare conto della loro grandissima efficienza, o al contrario può sopravvalutarne il contributo, in caso di inefficienze. Il risultato è, quindi, di una possibile sottostima dell’apporto pubblico, se le relative spese sono molto efficienti, oppure di una sovrastima, se sono poco efficienti. Questa convenzione contabile con cui si inserisce l’economia pubblica nel PIL forza negli schemi dello scambio di mercato un servizio intermediato dall’apparato politico-pubblico, come indicato al paragrafo 1.4. Ne deriva il già indicato paradosso secondo cui un aumento di stipendio degli infermieri fa aumentare contabilmente il PIL, senza che vi corrisponda un aumento di qualità del servizio sanitario.

Viene senz’altro evitata, secondo convenzioni contabili di cui mi sfuggono i tecnicismi, la duplicazione tra assumere il valore aggiunto al lordo delle imposte inserendo poi nel PIL i consumi pubblici finanziati con tali imposte. Lo stato, attraverso le imposte, impedisce consumi o investimenti per l’ammontare corrispondente alle imposte, ma effettua in proprio consumi o investimenti, in sostituzione, e quindi crea un PIL alternativo. Se la macchina pubblica invece consuma “a debito” alimenta il circuito di cui al par. 8.3. Anche in questo caso è determinante il contenuto dell’intervento pubblico. Proprio quando il privato fa fatica è fondamentale l’efficienza del pubblico, coi rischi, per l’Italia, derivanti dalla deresponsabilizzazione legalistica indicata ai paragrafi 5.3-5.8.

 

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