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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

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Produttori, consumatori e sovranità monetaria PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Nell'economia agricolo-artigianale, il prodotto si consumava per la sussistenza e gli scambi di vicinato: le scarse eccedenze andavano alle minoranze con funzioni militar-religiose cioè politiche; le loro prestazioni di difesa-sicurezza comportavano 

un "potere" sul resto del gruppo, cui si accompagnava talvolta un drenaggio eccessivo di risorse rispetto a chi materialmente lavorava. In questa cornice i beni produttivi erano essenzialmente terrieri e la moneta serviva a evitare le complessità (c.d. “costi di transazione”) connessi al baratto. La produzione era "flessibile", veniva assorbita tutta, senza l’odierno circuito tra risparmio e credito, dovuto alle eccedenze di produzione rispetto al consumo, con la necessità "piazzare merci" prodotte in modo molto più efficiente, ma anche più rigido; la produzione tecnologica di serie conviene infatti solo oltre certi quantitativi, e si creano eccedenze; esse spingono a “dare credito” da un lato e a “fare debiti” dall'altro; crediti e  debiti servono per fare investimenti, per consumare nei momenti in cui non si è produttivi, perché non si ha lavoro, ci si deve addestrare, non si è in grado di lavorare (il credito è un investimento, ma può anche finanziare il consumo). In una economia senza eccedenze produttive, idealmente ogni acquirente-consumatore, per essere tale , dovrebbe avere (ieri oggi o domani) qualcosa da vendere, fosse pure il proprio lavoro. Dove ci sono eccedenze, gli operatori finanziari diventano gli intermediari tra gli squilibri di produzione e di consumo-investimento; questa intermediazione si basa sulla fiducia e non a caso le banche si chiamano “istituti di credito”.  Esse non sono certo in grado di fronteggiare una corsa al ritiro dei depositi agli sportelli, ma confidano che questa corsa sarebbe innescata solo da una profonda crisi di fiducia.

Lo stesso accade , a maggior ragione, per il credito effettuato agli stati, il cui ruolo è fondamentale nella società aziendal-tecnologica. Questa è infatti molto più complessa e interdipendente di quella agricolo-artigianale , e richiede un maggior intervento dei pubblici poteri, anche solo per far l'equilibrio tra reddito e consumo, prima ancora che per la coesione di una società complessa e frammentata. La controversia astratta tra liberismo e statalismo ha fatto perdere di vista che il problema vero non e' stato o mercato, ma la scelta contingente della loro giusta combinazione, a seconda delle possibilità e delle esigenze. Ognuno dei due ha luci e ombre: i privati mirano all’equilibrio produttivo e alla convenienza (al di là del lacerante equivoco del “profitto”) , mentre la macchina pubblica deve mirare all’equilibrio della società, ma è tendenzialmente meno efficiente perchè "intermediata"(chi paga non consuma e chi consuma non paga). I pubblici uffici non vendono infatti nulla di specifico, ma sicurezza, credibilita' e fiducia, che in certi limiti danno fiducia. Mentre le aziende private producono detersivi, cioccolatini, pantaloni etc., la macchina pubblica costruisce la cornice di tutta la società, aziende comprese, perché è la proiezione della società, finanziandosi oggi con tasse e indebitamento. Quest'ultimo è verso chi ha eccedenze produttive, ed è disposto a prestarle agli stati nella misura in cui sono credibili. Uno stato ha più fiducia di una banca, coeteris paribus; èè normale che vi si diriga chi ha eccedenze non assorbite dal mercato ed è costretto a "fare credito" , salvo scegliersi il debitore. Si crea così un confuso intreccio di debiti e di crediti che tutti hanno interesse a far durare il più a lungo possibile; soprattutto i creditori, avendo eccedenze da piazzare e crediti da salvaguardare, sono propensi all'ottimismo, anche se tutti siamo consapevoli che i debiti nel lungo periodo non sono mai stati pagati (pensate che hanno rifatto credito pure all’Argentina); nell'immediato però non si hanno modi migliori per impiegare le eccedenze che trovarsi dei debitori abbastanza credibili da permettere di monetizzare i crediti cedendoli a qualcun altro , cosa facile sul mercato finanziario, a differenza di quello dei beni reali, soprattutto immobili. Tutti sono consapevoli dell’impossibilità dei debitori di restituire tutto nel lungo termine, ma non ce n’è bisogno, basta essere credibili e fare fronte agli interessi. I creditori non guardano tanto in avanti, e il credito che non può essere restituito può comunque essere gestito dai debitori pubblici. Piu' e' credibile la macchina pubblica piu' riesce a emettere moneta, perché ha credito, e non a caso lo fanno Giappone, Stati uniti, Inghilterra. Al limite, se debito pubblico e credito privato cortocircuitano sulla stessa comunità non si è schiavi dei mercati internazionali e si va avanti alla giapponese. Ma per farlo bisogna essere in grado di produrre, al limite in una sana autarchia, perché se tutti vogliono consumare senza produrre si finisce in salsa Greca e ciao. Non per l’incapacità di restituire i debiti passati, ma per l’impossibilità di fare debiti futuri, in quanto “non credibili”. La credibilità finanziaria è questione di credibilità politico organizzativa, e qui si viene al discorso Euro, eurobond e simili. Dove si può stare assieme se abbastanza simili, o non troppo dissimili. Uno stato è riluttante a usare la credibilità connessa alla propria macchina amministrativa per consentire di avere credito a uno stato con macchina amministrativa sbilenca. Inversamente, in una moneta unica, la cattiva gestione di uno compromette la moneta di tutti e due. Ognuno per la sua strada dunque? Dipende da valutazioni di convenienza, per le quali è indispensabile riflettere. 

 

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