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Dalla tassazione a tutto il resto

L'organizzazione sociale in materia tributaria riflette l'organizzazione sociale in genere. Che per fortuna in Italia è molto meglio di quella in materia tributaria. Inseriamo qui gli spunti per evitare ulteriori peggioramenti. Mentre i nostri sforzi per migliorare la parte tributaria sono su www.giustiziafiscale.com per la classe dirigente in genere e www.fondazionestuditributari.com per gli (sfortunati :-)) operatori di questo settore

Home Economia pubblica I titoli italiani come obbligazioni di un'azienda: quanto vale la "macchina pubblica"?
I titoli italiani come obbligazioni di un'azienda: quanto vale la "macchina pubblica"? PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Dopo tanti alibi , diversivi e capri espiatori, sulla Germania Cattiva, sulla finanziarizzazione criminale, sugli speculatori e su tanta gente cattiva che starebbe sabotando la nostra economia per il solo gusto
di affamarci, un articolo di Plateroti sul 24 ore , ci ricorda che non si può "consumare a debito", come scrivevo sul manuale di scienza delle finanze, e che gli stati devono erogare qualche prestazione a fronte delle imposte che prelevano o dei debiti che contraggono. Non si può tirare avanti a lungo consumando senza produrre, grazie ai debiti, protestando se qualcuno, che non sarà rimborsato sui crediti passati, rifiuta di erogare altri crediti, che sarebbero una carità forzata senza ritorno. Non è necessaria l'economia politica, con tutti i suoi grafici, per capirlo, ma basta e avanza l'economia domestica, da riprogettare però su scala macroeconomica riflettendo sul titolo dell'articolo di Plateroti. "La battaglia sul valore degli Stati". Lo spunto, anche se forse casuale, è interessantissimo perchè ricorda che anche lo stato viene definito "azienda di erogazione" nei tradizionali libri di economia aziendale. Neppure lo stato può acquisire risorse, a titolo definitivo coi tributi, o a debito,  senza fare servizi; in questo solco devono collocarsi anche l'imprecisata redistribuzione cui sarebbe secondo alcuni finalizzata la tassazione. Redistribuiamo pure, ma non per sprecare, altrimenti la tassazione diventa uno sterile salasso, e la macchina statale non produce, i mercati se ne accorgono e ci tolgono fiducia. In un certo senso i titoli pubblici, secondo la definizione di questo post, sono come le obbligazioni di una società privata, che riscuotono credito in base all'efficienza e alla credibilità dell'emittente. Cui certo fanno gioco la buona stampa, la comunicazione, e in una parola "le chiacchiere", ma occorrono anche i contenuti da comunicare.

Il Sole-24 Ore - 2012-08-21 - Pag. 2

La battaglia sul valore degli Stati

di Alessandro Plateroti

«Problematico». È con questo aggettivo che il Governo tedesco ha bollato il piano su cui starebbe lavorando la Bce per fissare un tetto massimo ai tassi di interesse che i Paesi deboli dell'Eurozona - Spagna e Italia in primis - dovrebbero pagare: superata tale soglia, secondo le indiscrezioni emerse nel week end, la Banca centrale europea farebbe scattare gli acquisti di titoli di Stato per ridurre i differenziali e riportare i rendimenti su livelli sostenibili. Tutto qui. Eppure, per la Germania è stata l'ultima occasione per mettere i bastoni tra le ruote della Bce. E di conseguenza sull'umore degli operatori di Borsa: in poche ore, la bordata contro il presunto piano-Draghi ha ribaltato la seduta positiva dei listini. ma tant'è, il piano blocca-spread sponsorizzato dall'Italia e su cui nel luglio scorso c'è stato un difficile accordo di massima tra i leader europei (e nello stesso Consiglio della Bce) sembra annunciare burrasca in arrivo. Tutti sono ben consapevoli che con il piano blocca-spread si potrebbero fissare nuovi benchmark per valutare i differenziali tra i tassi, soprattutto tra i BTp, i Bonos e i Bund, e la Germania pretende il posto al tavolino. Che si tratti di fissare un tasso massimo o altre soluzioni, Berlino non lascerà facilmente mano alla Bce di Mario Draghi. L'ultima cosa che permetterebbe Berlino, è un ritorno mascherato al vecchio Sme: al posto delle banche centrali nazionali, sarebbe la Bce a garantire la stabilità dei tassi con interventi diretti sul debito sovrano. Detto ciò, il mercato sembra avere ben chiaro questo quadro, facendo più affidamento su Francoforte che sulla polemica politica a Bruxelles. La reazione agli eventi di ieri è stata eloquente: i tassi tedeschi sono saliti, mentre quelli italiani e spagnoli sono scesi. Per gli investitori, insomma, le nuove polemiche tedesche non cambiano lo scenario: se l'Eurozona vuole sopravvivere, un accordo sui tetti anti-spread sarà comunque inevitabile. Ciò non significa che per noi o gli spagnoli il peggio stia per passare, anzi. Per mettere a tacere i falchi tedeschi, e spuntare soprattutto un livello giusto ed appropriato per tassi e spread, tanto dalla Bce quanto dal mercato, Italia e Spagna dovranno non solo rispettare tutti gli impegni presi con l'Europa, ma fare anche di più in termini di risanamento dei conti, privatizzazioni e riduzione del debito. Per pensare poi subito alla crescita. Il tempo stringe e il caso della Grecia insegna: gli spazi per rinviare le riforme strutturali non ci sono più, mentre il costo degli aiuti rischia di diventare più insostenibile degli spread. Se l'Italia vuole veder riconosciuto il proprio valore reale, i prossimi mesi saranno determinanti. Man mano che ci si inoltra in questa lunghissima campagna elettorale, cresce la tentazione in gruppi sempre meno marginali delle forze politiche di supplire alla propria carenza di programmi e di obiettivi con populistiche e lamentose scappatoie (l'oltranzismo tedesco, la mondializzazione selvaggia e la cattiveria degli speculatori), e con il fuorviante richiamo nostalgico ai bei tempi della lira che fu. La Lega organizza persino delle “Giornate della lira”. Meglio non entrare nel merito, per carità di patria, ma ricordare soltanto che la seconda fase della costruzione europea, dall'Atto unico del 1985 in poi, non è stata imposta dall'illuminismo visionario di governi e governanti, bensì dall'esigenza di riorganizzare l'Europa mettendola al passo con le nuove regole e dimensioni di un mercato globalizzato nell'industria, nell'economia e nella finanza. Un mercato nel quale nessuno Stato, neanche la Germania, aveva la massa critica di potenza politica o economica per andare avanti da solo, in una dialettica tra blocchi continentali. In questo quadro l'Euro non fa storia a sè, con buona pace per coloro che ricordano le garanzie richieste per l'unificazione delle due Germanie. In questo senso, la diga di Draghi, ovvero una sistema di tassi-base prefissati per ciascun Paese dalla Banca europea, il cui superamento farebbe scattare l'acquisto di titoli da parte della Bce, e garantiti dal Fiscal compact, diventa a questo punto stringente e inderogabile per ogni Stato. Pena il fallimento del Sistema, per le stesse ragioni che venti anni fa portarono alla morte dello Sme, basato su un similare meccanismo. Non si può dunque scoprire come emergente una questione che affonda le radici in quasi 60 anni di costruzione europea. Se dunque il Fiscal compact diventa in questo quadro la garanzia stessa di sussistenza dello scudo di Draghi sull'Europa, per l'Italia completare rapidamente il percorso delle riforme è stringente e inderogabile. Non si parli di cessione di sovranità: essere in Europa significa essere omogenei all'Europa, con uno Stato che funzioni con regole e comportamenti finalmente competitivi per creare quell'intelaiatura funzionale e connettiva che metta il sistema produttivo in grado di funzionare come sistema integrato nel mondo. Alessandro Plateroti

 

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