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Dalla tassazione a tutto il resto

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Home Burocrazia Il diritto della morte: parliamo di suicidio assistito
Il diritto della morte: parliamo di suicidio assistito PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Il nostro diritto appiattito sui "materiali" , ha mortificato la capacità di riflettere, e ha sostanzialmente paralizzato l'Italia, che va in confusione persino per stimare quanto guadagnano  i pasticceri. Invece paesi più pragmatici del nostro  riescono a gestire con buonsenso persino il problema della morte, cioè di un passaggio che

non va esorcizzato, ma va gestito , perchè riguarda tutti. Noi in Italia siamo riusciti a fare polemica persino su Welby e Eluana englaro, mentre nella storia che segue vediamo come altri paesi riescono a gestire serenamente, con una piccola assunzione di responsabilità da parte di tutti,  il problema della morte. Che non è quella per depressione, per una delusione amorosa o per debiti, ma semplicemente quella del "fine vita" , in una ragionevole mediazione tra prospettive sanitarie e decisioni individuali. Dove le strutture sociali, come i medici autorizzati, valutano l'esistenza dei presupposti clinici per rendere ragionevole e comprensibile una decisione individuale. Leggete l'articolo che segue. Poi magari cercate "Suicidio assistito" su Google. 

Roma, 17 lug 2013

Suicidio assistito, le ultime ore di un italiano che vuole morire

Il viaggio verso Basilea, le bugie alla famiglia, la paura di non avere l'ok dei medici nel racconto

Roma, 17 lug. (TMNews) - Una cronaca degli ultimi giorni, delle ultime ore di vita di un uomo, che ha scelto il suicidio assistito in Svizzera dopo la diagnosi di una malattia neurodegenerativa. E' il racconto fatto su Vanity Fair su come "un italiano va in Svizzera a morire". Non viene divulgato il nome ma la vicenda ha molti punti in comune con quella del magistrato calabrese morto nella stessa città, davanti allo stesso medico, tre mesi fa, Pietro D'Amico.

"Ha telefonato da un paesino del Sud e preso il suo appuntamento con la morte a Basilea, per le otto e trenta del mattino di un giorno di primavera - scrive Sergio Ramazzotti, testimone della vicenda - Nel 2010 è andato la prima volta in Svizzera per avviare la pratica di suicidio, illegale in Italia, e ha scoperto che anche lì darsi la morte non è semplice: serve il nulla osta di due medici diversi, che la deontologia obbliga a cercare di dissuaderti. Nei due anni successivi, è stato respinto tre volte".

Per il suocidio assistito, però, è necessario che a girare la valvola della flebo sia lo stesso paziente che quindi non deve oltrepassare il "punto di non ritorno", oltre il quale non si è capaci "di aprire la valvola della flebo con la sostanza letale (la legge vieta che sia il medico a farlo al tuo posto, si tratterebbe di eutanasia)". Il magistrato che vuole mettere fine alla sua vita ha ricevuto un sms per l'appuntamento per il suicidio: "Mittente: Erika Preisig, +41.79 eccetera. Il testo è in italiano: 'Puo venire morire giovedi proximo'", scrive Ramazzotti. "Mi ha voluto accanto a sé perché rimanesse una testimonianza della sua scelta, delle ragioni che l'hanno spinto a compierla, di come sia costretto - trascrivo le sue parole - a 'umiliarsi un uomo, viaggiando lontano da casa come una specie di clandestino, per poter esercitare fino alle estreme conseguenze il proprio sacrosanto diritto al libero arbitrio, che nel nostro Paese ci viene negato'", si legge ancora nell'articolo.

Un viaggio lungo dalla Calabria alla Svizzera, fatto di bugie, alla famiglia che non deve sapere fino a cose fatte, di pagamenti in contanti, di paura di non farcela o di ricevere un "no" dall'ultimo medico che deve dare il nulla osta definitivo. "Arriviamo all'ambulatorio verso le cinque del pomeriggio, in ritardo di mezz'ora. Teme di non trovare più il dottore, che invece è lì ad aspettarlo e lo accoglie con una stretta di mano, parlando in un italiano dal forte accento tedesco - si legge - Quando finalmente dice: 'Per me tutto a posto, può morire tomani', lui - un uomo che per tutta la vita ha guidato le sorti di altri uomini - cade in ginocchio, gli afferra la mano, la bacia, dice: 'Grazie, dottore, che Dio la benedica'".

Il racconto prosegue fino alla mattina del suicidio assistito: "Arriviamo qualche minuto prima delle otto e trenta. Entra, saluta, dà un'occhiata rapida alla stanza, guarda l'orologio, chiede se è tutto a posto con un tono distaccato, quasi militare. Lui estrae dalla borsa le lettere per i familiari, chiede che vengano spedite dopo la sua morte insieme all'urna con le ceneri, si sfila le scarpe, si siede sulla poltrona. 'Erika, angelo mio», dice, stavolta con dolcezza, «vieni, non perdiamo tempo' - e conclude - Poi tutto accade velocemente. Ruedi, il fratello di Erika, accende la telecamera: il video servirà a dimostrare che in questa stanza un uomo si è tolto la vita di sua volontà. La polizia lo dovrà visionare, ma verrà chiamata solo a decesso avvenuto: per paradosso, se fosse presente dovrebbe impedire il suicidio".

Int8

 

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